Ciò DI CUI NON SI Può PENSARE il Più GRANDE
Anselmo d'Aosta, Proslogion I, 1-3
Orsú, omuncolo, fuggi per un poco le tue preoccupazioni, sottraiti un
poco ai tuoi tumultuosi pensieri. Liberati ora dalle pesanti cure, e lascia da
parte le tue laboriose distrazioni. Dedicati un pochino a Dio e riposati in
Lui. "Entra nella stanza" del tuo spirito, cacciane fuori tutto
all’infuori di Dio e di ciò che ti aiuta a cercarlo, e, "dopo aver chiuso
l’uscio", cerca Lui. Di’ ora, o mio cuore, tutto intero, di’ a Dio:
"Io cerco il tuo volto, ricerco il tuo volto, o Signore" (Ps., 26,
8).
b) Credo ut intelligam
Riconosco, o Signore, e te ne ringrazio, che hai creato in me questa
tua immagine, affinché, memore, ti pensi e ti ami. Ma l’immagine è cosí
cancellata dall’attrito dei vizi, è cosí offuscata dal fumo dei peccati, che
non può fare ciò che dovrebbe, se tu non la rinnovi e la riformi. Non tento, o
Signore, di penetrare la tua profondità poiché in nessun modo posso metterle a
pari il mio intelletto; ma desidero comprendere in qualche modo la tua verità,
che il mio cuore crede ed ama. Non cerco infatti di comprendere per credere, ma
credo per comprendere. Poiché credo anche questo: che "se non avrò creduto
non potrò comprendere" (Is., 7, 9).
c) La prova ontologica
L’argomento a priori: l’idea di ciò di cui non si può pensare nulla di
piú grande, presente nella mente dell’uomo, comporta la necessità logica
dell’esistenza di un Essere che corrisponda a questa idea.
1. Ora crediamo che tu sia qualche cosa
di cui nulla può pensarsi piú grande. O che forse non esiste una tale natura,
poiché "lo stolto disse in cuor suo: Dio non esiste"? (Ps., 13, 1 e
52, 1). Ma certo, quel medesimo stolto, quando sente ciò che io dico, e cioè la
frase "qualcosa di cui nulla può pensarsi piú grande", capisce quello
che ode; e ciò che egli capisce è nel suo intelletto, anche se egli non intende
che quella cosa esista. Altro infatti è che una cosa sia nell’intelletto, altro
intendere che la cosa sia. Infatti, quando il pittore si rappresenta ciò che
dovrà dipingere, ha nell’intelletto l’opera sua, ma non intende ancora che
esista quell’opera che egli non ha ancor fatto. Quando invece l’ha già dipinta,
non solo l’ha nell’intelletto, ma intende che l’opera fatta esiste. Anche lo
stolto, dunque, deve convincersi che vi è almeno nell’intelletto una cosa della
quale nulla può pensarsi piú grande, poiché egli capisce questa frase quando la
ode, e tutto ciò che si capisce è nell’intelletto.
2. Ma, certamente, ciò di cui non si può
pensare il maggiore non può esistere solo nell’intelletto. Infatti, se
esistesse solo nell’intelletto, si potrebbe pensare che esistesse anche nella
realtà, e questo sarebbe piú grande. Se dunque ciò di cui non si può pensare il
maggiore esiste solo nell’intelletto, ciò di cui non si può pensare il maggiore
è ciò di cui si può pensare il maggiore. Il che è contraddittorio. Esiste
dunque senza dubbio qualche cosa di cui non si può pensare il maggiore e
nell’intelletto e nella realtà.
3. E questo ente esiste in modo cosí
vero che non può neppure essere pensato non esistente. Infatti si può pensare
che esista qualche cosa che non può essere pensato non esistente; e questo è
maggiore di ciò che può essere pensato non esistente. Perciò, se ciò di cui non
si può pensare il maggiore può essere pensato non esistente, esso non sarà piú
ciò di cui non si può pensare il maggiore, il che è contraddittorio. Dunque ciò
di cui non si può pensare il maggiore esiste in modo cosí vero, che non può
neppure essere pensato non esistente.
4. E questo sei tu, o Signore Dio
nostro.

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